9 gennaio 1950: l'eccidio alle Fonderie Riunite di
Modena
di
Eliseo Ferrari

Subito dopo il capodanno del 1950 nella sede della Confindustria,
vi fu una riunione degli industriali della provincia di Modena dove
venne deciso l'uso della polizia a sostegno di Orsi per reprimere con
la violenza ogni manifestazione sindacale e di massa. Nel frattempo
il prefetto e il questore rifiutarono alla Camera del lavoro
qualsiasi piazza per svolgere, il lunedì 9 gennaio, la
manifestazione sindacale provinciale prevista e decisa nel Consiglio
generale dei sindacati e delle leghe. Il dottor Guerrini, direttore
delle fonderie Corni, un complesso di duemila lavoratori, chiamò
Arturo Casari, capo della Commissione interna, e gli disse
confidenzialmente: «Non andate lunedì davanti alle Fonderie
Riunite: vi spareranno». Il commendatore Enzo Ferrari, il
costruttore, chiamò Mario Barozzi, segretario provinciale della
Fiom, e gli disse: «Ho parlato con Adolfo Orsi e mi ha detto che le
autorità competenti sono orientate a reprimere con la forza delle
armi la manifestazione davanti alle Fonderie Riunite. Io vi informo:
è una follia, tenetene conto». La domenica 8 gennaio affluirono a
Modena dal Nord Italia, dal Veneto e dalla Toscana ingenti forze di
polizia e di carabinieri: circa 1.500 con autoblindo, camion, jeep,
armati di tutto punto, tra cui i corpi speciali anti sommossa. I
viali del parco davanti alla questura erano pieni. Uno schieramento
sproporzionato, per una fabbrica di 500 lavoratori. La tensione era
nell'aria e investiva tutta la provincia. Respingere, e non accettare
qualsiasi provocazione, era la parola d'ordine, manifestare
politicamente il dissenso verso le serrate, solidarietà ai
lavoratori colpiti, rivendicare l'apertura delle fabbriche, i diritti
dei lavoratori, le libertà democratiche e sindacali: basta con le
serrate illegittime e anticostituzionali. Del resto, lo sciopero
generale era stato proclamato a partire dalle ore dieci del mattino,
proprio per evitare, all'apertura della fabbrica alle sei, uno
scontro con alcuni che fossero eventualmente stati disposti ad
accettare le condizioni capestro di Orsi. A noi risultava che non
c'era nessuno, nemmeno tra il gruppo vicino alla Cisl e nemmeno tra
gli impiegati, i tecnici e gli amministrativi. Alle sei del mattino
di lunedì 9 gennaio 1950, nel salone del circolo Serenella, in via
Montegrappa, presiedetti l'assemblea generale di tutti i lavoratori
delle Fonderie Riunite. Vi erano quasi tutti gli operai e gli
impiegati, compresi i portinai. Man mano che arrivavano, a piedi o in
bicicletta, dovevano passare tra i blocchi stradali della polizia che
vietava il transito ai veicoli, di qualsiasi tipo e controllava i
documenti perquisendo le borse con il mangiare. Era un anello tutto
attorno al quartiere Santa Caterina Crocetta, poi, all'interno, vi
erano altri blocchi agli incroci tra le strade davanti alla
prefettura e davanti alla questura altri distaccamenti armati e in
assetto da guerra. Il portinaio capo, che abitava al primo piano
nella casa dove abitavo io, ex graduato carabiniere, era alla
riunione. Gli chiesi: «Perché non è in azienda?» mi rispose:
«Nessuno è in fabbrica, ci hanno mandati via, la fabbrica è
occupata dai carabinieri e dalla polizia, circa una cinquantina di
uomini armati». Allora Orsi non avrebbe aperto quel giorno le
Fonderie come aveva dichiarato, aveva invece preparato, con il
governo, una grande provocazione, una trappola non solo contro i
"suoi" lavoratori, ma contro tutto il mondo del lavoro
della provincia!
La riunione si svolse serenamente e pacificamente. Tutti
d'accordo di non accettare nessuna provocazione e di stare nei pressi
della fabbrica. La polizia aveva occupato il posto dove solitamente
stavamo come picchetto, i lavoratori si spostarono più lontano anche
perché davanti all'ingresso dello stabilimento vi erano dei camion
pieni di poliziotti armati in attesa di entrare in azione. Bevevano
abbondanti alcolici, propinati loro dagli ufficiali. Andai alla
Camera del lavoro a informare la segreteria e la Fiom della
situazione e dei rischi incombenti. Si decise: una delegazione di
parlamentari, deputati e senatori, sarebbe andata dal prefetto e una
dal questore insieme con i dirigenti sindacali per richiedere
l'autorizzazone ad avere la piazza per svolgere la manifestazione
sindacale alle ore dieci, quando avrebbe avuto inizio lo sciopero
generale. Il questore aggredì verbalmente la delegazione: «Vi
stermineremo tutti!» gridava come un pazzo furioso, rifiutando il
dialogo e quindi l'autorizzazione alla piazza. I lavoratori
affluivano a Modena dalla provincia, con ogni mezzo di trasporto,
recandosi nel quartiere Crocetta Santa Caterina, nei pressi delle
Fonderie Riunite. A piedi, quelli delle fabbriche della zona
industriale di Modena nord, aggirarono i blocchi della polizia
passando tra i campi per stradine o sentieri. Si calcola fossero
decine di migliaia. La città tutta si era fermata, i negozi erano
chiusi e la gente per solidarietà o semplicemente per curiosità,
non avendo altro posto dove andare, si recava alla Crocetta.
Poco dopo le dieci un gruppo di una decina di lavoratori si
trovava all'esterno della fabbrica vicinoal muro di cinta, cercando
di dialogare con i carabinieri che erano all'interno. Uno di questi
sparò con la pistola, a freddo, uccidendo Angelo Appiani, colpito in
pieno petto. Nel frattempo, dal terrazzo della fabbrica, gli agenti
della "benemerita" spararono con la mitragliatrice sulla
folla inerme che si trovava ferma sulla via Ciro Menotti, oltre il
passaggio a livello, chiuso per il passaggio di un treno. Arturo
Chiappelli venne colpito a morte così Arturo Malagoli, molti furono
feriti gravemente e tanti in modo più leggero. Fu una strage
terribile: urla e gemiti e invocazioni disperate di soccorso.
L'asfalto divenne rosso di sangue. La gente scappava, cercava
rifugio, alcuni assistevano i feriti e li trasportavano al riparo
dov'era possibile, li medicavano facendo le bende strappandosi le
maglie di dosso e con i fazzoletti, suturando ferite e tentando di
fermare emorragie. Un comportamento eroico, sotto il fuoco micidiale
di quell'arma che sparò per alcuni minuti a intermittenza, ciò
permise di salvare la vita a molti colpiti gravemente, medicati in
case private, in ambulatori di medici disponibili, generosi che
sapevano di rischiare le rappresaglie della polizia. Roberto Rovatti
si trovava in fondo a via Santa Caterina vicino alla chiesa, cioè
dal lato opposto e distante più di mezzo chilometro da dove vennero
uccisi i suoi compagni. Portava una sciarpa rossa al collo com'era
sua abitudine. Circa mezz'ora dopo la prima sparatoria, venne
circondato da un gruppo di carabinieri, scaraventato violentemente
dentro al fosso e massacrato, linciato a forza di tremende botte con
i calci dei fucili. Non aveva opposto alcuna resistenza. Ennio
Garagnani venne assassinato in via Ciro Menotti dal fuoco di
un'autoblindo che sparava all'impazzata tra la folla ferendo molti
gravemente. Con il passare del tempo la tragedia assumeva aspetti di
bestialità espressa, senza limiti. Di fronte all'acquedotto i
poliziotti gettarono alcuni fucili ai piedi dei lavoratori i quali
non li raccolsero, indietreggiando velocemente. Sapevano che se li
avessero raccolti non avrebbero avuto scampo, sarebbero stati
fulminati lì sul posto. Si trattava di una provocazione progettata,
calcolata, lucidamente eseguita.
Per capire quanto accadde quel giorno
bisogna allargare lo sguardo e fare un passo indietro, al 1947-1948.
Nell'ottobre del 1947 si verificò la prima crisi tra Fonderie e
Fiom che produsse come risultato la prima serrata: chiusura della
fabbrica e riassunzione di altro personale. La vertenza però si
concluse con il successo del sindacato e le Fonderie vennero
riaperte. Nelle fabbriche si procedeva ad assunzioni discriminate.
Nel 1948 la Democrazia Cristiana vinse le elezioni politiche di
aprile e alla sconfitta politica delle sinistre, gli imprenditori
lanciarono un'offensiva contro le conquiste operaie, sia in termini
salariali sia in termini di organizzazione sindacale all'interno
delle fabbriche.
Dopo l'attentato a Togliatti di luglio, si parlò di un'Italia
sull'orlo della guerra civile e la "celere" di Scelba non
esitò ad intervenire contro diverse manifestazioni. In questo
contesto si inserirono le repressioni contro i lavoratori e i
contadini di Melissa in Calabria, Montescaglioso in Basilicata e
Torremaggiore in Puglia dove la 'celere' intervenne con le armi da
fuoco e uccise 7 braccianti.
Nella primavera del 1949 Orsi
cominciò un'altra vertenza lunga quasi tutta la primavera. Si arrivò
alla decisione di licenziare 120 dipendenti, a fissare per il 19
novembre la cessazione di ogni attività e il 5 dicembre effettuò
la seconda serrata alle Fonderie, appoggiato da un grande
dispiegamento di forze dell'ordine. Dopo 25 giorni Orsi fece
affiggere un manifesto che indicava nel 9 gennaio, la riapertura
delle Fonderie, con il particolare che a sua piena discrezione solo
250 dipendenti su 560 sarebbero stati riassunti. Il sincato proclamò
sciopero generale per un'ora. Come sia andata quella giornata lo
sappiamo.