mercoledì 29 aprile 2015

GLI OCCHI DI M*



M* è alto sì e no un metro e cinquanta. Una zazzera di capelli neri, sparati sulla fronte, dritti come spaghi. La testa spesso piegata un po' in avanti, la nuca bloccata in una posizione rigida. Due occhietti da cinesino - anche se cinese non lo è affatto -, uno è strabico. Non ti guarda mai negli occhi M*. Ha lo sguardo puntato verso il basso, come se sul pavimento o su quella linea di congiuntura tra muro e pavimento si celasse il senso del mondo. M* non parla. Non dice una parola, non le articola nemmeno le parole. Tutto quello che esce dalla sua gola sono versi, ringhi. A labbra serrate. A volte all'improvviso il volto si apre in un sorriso enorme, luminoso e poi parte in una risata senza suono. Tutto il suo corpo ti dice che quella è una risata. Non so neppure quanti anni abbia, non è un allievo delle mie classi, studia in seconda al liceo delle scienze umane, che sta nello stesso edificio del mio. Quando mi capita di incontrarlo per i corridoi, lo saluto con un brioso “Ciao M*!” che non produce alcun effetto. Lui sembra impermeabile a me, io inesistente per lui. È il beniamino della docente di italiano e storia, che non è neppure la sua professoressa. Capita che M* sia agitato e così l'insegnante di sostegno lo tiene per un po' fuori dalla classe. Allora la professoressa di italiano e storia se lo prende in un vorticoso giro di valzer, ballano, ballano con la musica fatta con la voce. M* non dimostra alcuna emozione, il volto resta impassibile, ma si lascia trasportare da quel volteggiare leggero senza protestare. Finito il volo, ringhia con un suono rauco, neppure una vocale, un suono e basta. Oggi sta in sala insegnanti, seduto sul divanetto. Si torce le manine paffuttelle, con le dita piegate in modo innaturale, guarda in basso e dondola col busto avanti e indietro avanti e indietro. L'insegnante di sostegno lo stimola con dolcezza a finire la sua merenda: cubetti di formaggio che la mamma adottiva gli prepara nella giusta dimensione e che a lui piacciono da morire. Mangiatone uno esprime tutta la sua soddisfazione con un rauco “MMMMMMM!” e tu capisci che vuole anche dire: ancora! Io siedo al tavolone, gli do le spalle, ma con la coda dell'occhio lo vedo ugualmente. Cerco di concentrarmi sul voluminoso libro che ho davanti, ma sono piuttosto stanca e il periodo non è dei migliori, perciò mi capita più volte di sprofondare in qualche pensiero e di ritrovarmi con la guancia appoggiata alla mano e lo sguardo perso fuori dalla finestra. Ora M* si è fatto silenzioso, sembra più tranquillo, ha smesso di dondolare. Torno con gli occhi sulle righe fitte e nere. Ad un tratto sul mio braccio sinistro si appoggia il braccio dalla felpa rossa di M*, sento appoggiato alle mie spalle quel corpicino che mi sta abbracciando. Per un attimo resto di sasso dallo stupore, poi anche il mio corpo si placa, si abbandona. Riesco solo a dire, sorpresa, il suo nome e dargli una carezza sulla guancia e lungo tutto il braccio.

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